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Basso vicentino: lo sfregio di Villaga!

5 maggio

Nella cittadina della provincia vicentina si progetta l’ampliamento di una cava attiva da 40 anni. L’area di intervento interesserebbe un volume di 1.500.000 di metri cubi. I medici: «Enormi rischi sanitari»

LO SFREGIO DI VILLAGA

Villaga è un piccolo borgo della bassa provincia vicentina. “Una zona di incomparabile bellezza ambientale” come recita il sito istituzionale del Comune. Un luogo ideale per costruire una cava da 17 ettari. anzi per ampliarla, perchè qui sono già presenti sia una cava di 2.7 ettari, sia un calcificio, entrambi di proprietà della Villaga Calce spa. Escavazione, uso di esplosivi, frantumazione del materiale e infine cottura mediante utilizzo di carbone.
Quella cava, ormai attiva da 40 anni, ha creato una profonda trincea e, nonostante le richieste di obbligo di ripristino, nulla fino ad ora è stato iniziato. Nel 2007, intanto, la stessa ditta ha chiesto un ampliamento. L’area di intervento interesserebbe 17 ettari, per un volume di oltre 1.500.000 di metri cubi e si spingerebbe fino ad arrivare a 500 metri dal municipio del paese: meno di 2000 abitanti, con la prospettiva di vivere ai limiti di un cratere.
E sono proprio i cittadini a ribellarsi, a chiedere spiegazioni e a organizzarsi prontamente in un comitato . Primo punto: chiedere all’amministrazione comunale chiarimenti sui rischi a cui la popolazione sarebbe esposta con questo nuovo progetto. Che, certamente, avrebbe un notevole impatto ambientale per ammissione degli stessi dirigenti della Villaga Calce che, al paragrafo “Possibili Impatti” contenuto nel Progetto presentato in regione, scrivono: «l’ampliamento della cava comporterà forti modificazioni sulla componente microclimatica e l’azzeramento pressoché totale delle componenti biotiche e merobiotiche (…). L’attività estrattiva modifica il microclima del sito: l’irraggiamento solare non risulta più intercettato dalla vegetazione, le piogge non si infiltrano nel terreno e non ricaricano la falda superficiale dato che risulta azzerata la capacità del suolo, che viene completamente asportato, di assorbire l’acqua e di concorrere ai biocicli naturali. La ventosità generalmente viene accresciuta (...) con conseguente aumento dell’ evapotraspirazione, appassimento dei germogli delle gemme e delle foglie, disseccamento del suolo e sua più probabile erosione ».
Ma la questione più grave è costituita dai possibili effetti sulla salute. A dirlo, e a sottoscrivere le preoccupazioni degli abitanti, sono un gruppo di medici e ricercatori dell’Università di Padova come la dottoressa Daniela Bruttomesso, specialista di Medicina interna, che ha scritto chiedendo chiarimenti anche alla regione Veneto; come il professor Aldo Baritussio, docente di Fisiopatologia respiratoria che ha paventato il possibile danno da polveri sottili. E, ancora, come il professor Antonio Della Giusta, già ordinario di Mineralogia, che ha espresso le sue preoccupazioni oltre che per il degrado ambientale anche per i possibili danni per la salute pubblica.
Perché l’attività di cava provoca maggior diffusione nell’aria di polveri sottili (pm10 e pm 2.5), tanto più pericolose se prodotte a ridosso di un’area abitata; e perché l’attività è a cielo aperto, e già oggi il carbone è depositato senza alcuna forma di contenimento. Inoltre, la sede della cava si trova in un’area ove affiorano vulcano clastiti ricche di silice, la cui dispersione nell’ambienteè in grado di provocare effetti molto negativi sull’apparato respiratorio, con aumento del rischio di neoplasie, induzione diretta di quadri di pneumoconiosi e broncopneumopatia cronica ostruttiva e riduzione della difesa contro le infezioni. Tutti effetti ben documentati nella letteratura medica e tanto più verosimili considerando che il permesso all’ ampliamento della cava dovrebbe estendersi per 30 anni.
Alla luce del problema, Della Giusta ha chiesto all’Arpav (l’agenzia regionale per l’ambiente), di verificare ed informare la popolazione sulla natura delle polveri prodotte e sul possibile inquinamento della falda. Ma, al momento, nessuno ha risposto. Gli scavi annunciati, se autorizzati, distruggeranno inoltre un’intera collina parte integrante dei Colli Berici, sito di interesse comunitario, eventualità che ha destato l’allarme di organizzazioni attente al territorio quali la sezione del basso e medio vicentino di Italia Nostra ed il Comitato protezione Colli Berici. Quegli stessi Colli per i quali si sono elaborati progetti di biodiversità e salvaguardia del territorio, con stanziamenti europei, regionali e provinciali.
L’ampliamento si estenderà in una zona circondata da abitazioni e vigneti di produzione doc, e persino da un agriturismo appartenente a un’associazione di promozione del territorio istituita grazie all’autorizzazione della Provincia e del Patto territoriale.
I cittadini hanno chiesto a tutti gli organi competenti di attivarsi per predisporre un’attenta valutazione sull’eventuale ampliamento della cava e di monitorare l’attuale attività produttiva. Chiedono, ad esempio, quante sono le emissioni in atmosfera, se vi sia il rispetto delle norme sul corretto stoccaggio e utilizzo del carbone. Chiedono a gran voce un’indagine epidemiologica sui lavoratori impiegati in questi processi produttivi e sulla popolazione esposta da decenni. In più, vorrebbero sapere come mai il sindaco abbia curiosamente cambiato posizione in merito al progetto di ampliamento. Lui, Eugenio Gonzato, due anni fa quand’era all’opposizione dichiarava testualmente in Consiglio comunale: «è un fatto molto grave perchè non è pensabile barattare la nostra salute, il nostro territorio e il nostro futuro in cambio di denaro. A nome del mio gruppo politico esprimo parere contrario sull’ampliamento della cava che è proprio all’inizio del paese e che per questo andrebbe a distruggerne la storia. L’ampliamento della cava renderebbe vani i nostri sforzi per costruirci un’abitazione in una zona tranquilla e per conservare intatto il nostro territorio”.
Oggi, divenuto sindaco, Gonzato, ex dirigente della Serenissima, la società autostrade Brescia-Padova, già in giudizio per abuso d’ufficio, sostiene la necessità dell’ampliamento.

di Floriana Bulfon
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