
Terranews: inserto Nordest del 4 maggio 2010
4 maggio
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Venezia Serenissima e la sua modernità
di Riccardo Bottazzo
Intervista a Tommaso Cacciari, esponente No Mose vincitore del premio dell’associazione Gabriele Bortolozzo. Irritata la presidente della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto.
Alla presidente della Provincia di Venezia, la leghista Francesca Zaccariotto, non è andato giù che a vincere il prestigioso premio messo in palio dall’associazione Gabriele Bortolozzo, sia stato un noto esponente dei No Mose come Tommaso Cacciari. Ancor meno digeribile, il fatto che detto premio sia stato consegnato all’interno di uno spazio gestito dalla stessa Provincia come il complesso situato nell’isola di San Servolo. E non deve averle fatto neppure piacere che, dopo la consegna del premio, l’associazione abbia organizzato un giro in barca per far vedere ad un centinaio di attoniti spettatori un campionario dei disastri ambientali che si stanno confezionando in quella che un tempo era la laguna dei dogi. Disastri cui la Provincia mette generosamente del suo. Tutto ciò, dicevamo, non ha fatto piacere alla Zaccariotto. Tanto è vero che ha promesso un bel giro di vite sul consiglio di amministrazione in scadenza di San Servolo.
Tommaso, hai fatto arrabbiare la Zaccariotto?
E chi se ne frega?
Chiusa la polemica. Nella tesi che ti
ha fruttato la laurea in storia e il premio
Bortolozzo, tracci una storia ambientale
di Venezia, dalla sua fondazione
ad oggi. In particolare, evidenzi
la modernità della Venezia Serenissima
in rapporto all’arretratezza politica
di oggi.
La modernità della Venezia dei dogi consisteva
in quell’intreccio straordinario tra
costruito, ambiente e cultura, su cui poggiava
non solo la sopravvivenza ma la stessa
ricchezza e prosperità della città. Se un
pescatore che catturava un pesce troppo
piccolo finiva ai remi per cinque anni,
non era per una questione
di animalismo spicciolo,
ma per preservare l’equilibro
indispensabile per difendere
una risorsa comune
come il pescato. E i pescatori
stessi erano i primi
ad applicare questa regola
perché si consideravano i
primi sorveglianti della laguna.
Venezia era una città
ben consapevole di vivere
dentro un meccanismo
globale. La laguna era considerata
come un complesso organismo vivente che non poteva essere
in nessun modo separato dalla città e
dai suoi abitanti. Contrariamente a quanto
credono in molti, nella laguna di Venezia
non c’è niente di naturale. E’ un luogo
dove il mare e i fiumi, l’acque dolce e
l’acqua salata, si sono sfidati a braccio di
ferro raggiungendo un equilibrio che non
poteva durare nel tempo. La Serenissima
questo lo aveva compreso e per centinaia
di anni ha lavorato per mantenerlo e garantire
la sopravvivenza di Venezia. Sono
stati fatti continui ed innumerevoli lavori
ma senza mai perdere di vista la complessità
e il risultato d’insieme che era quello
di mantenere viva la laguna, consapevoli
che ogni intervento si sarebbe ripercosso
secondo mille interazioni su tutto l’insieme.
Circolazione delle acque, salubrità
dell’aria, navigabilità erano i beni comuni
a cui tutti dovevano non solo obbedienza,
ma cooperazione consapevole. Quello
che contava era l’equilibrio dell’ambiente
circostante. Ma un equilibrio produttivo
che donava ricchezza e prosperità.
L’opposto del concetto fascista di parco
naturale in cui dentro non si deve toccare
nulla. E fuori però, si poteva cementare
tutto.
Questo equilibrio viene spezzato
nell’ottocento, con la perdita dell’indipendenza?
Le decisioni non erano più prese in loco
ma prima a Vienna e poi a Roma. Sono
anche gli anni dell’industralizzazione, che
a Venezia ha portato più guai che altro.
E’ il secolo del ferro e del carbone
e la laguna
viene vista come
un fastidioso
contrattempo.
Se avessero
potuto, l’avrebbero
interrata
tutta.
Che è quanto cercano di fare adesso,
giusto?
Già. Il trend non è cambiato dall’ottocento
ad oggi. Anzi, possiamo registrare una
forte e preoccupante accelerazione proprio
in questi ultimi anni in cui i cambiamenti
climatici e le continue crisi economiche
dovrebbe al contrario far riflettere
sugli errori del cosiddetto sviluppo industriale.
Da organismo vivente, complesso
ma anche delicato, che dona la vita all’intera
città, oggi la laguna viene considerata
da una politica slegata sia dai saperi locali
che dalla comunità scientifica, una
sorta di catino pieno d’acqua che si può
regolare con una valvola. Il Mose è forse
l’esempio più eclatante, ma potremmo
ricordare le barene sintetiche, gli interramenti,
le valli da pesca con le rive in
cemento, la statale romea, l’aeroporto, il
Tronchetto, le casse di colmata, tutta la
zona industriale, gli inceneritori come
Sg31 e mi fermo qua. Manca solo la centrale
nucleare, per adesso.
Venezia non ha mura. Vive nell’ambiente
che la circonda e dell’ambiente
che la circonda. Qui la parola “globale”
ha un significato più chiaro che in
qualsiasi altra grande città del mondo.
Lo ha spiegato bene Gianfranco Bettin che
in suo libro quando sottolinea le ripercussioni
che si sono registrate a Venezia a causa
eventi di caratura mondiale apparentemente
lontani. Faccio un esempio: la perestrojka.
Gorbaciov pensiona il comunismo
e Venezia va in tilt per l’invasione dei turisti
dell’est. Ma potrei ricordare anche
il bombardamento dell’iraq. Baghdad
è sotto le bombe e il carnevale
va in crisi. Fatti distanti nello spazio
e in apparenza slegati con la
nostra realtà, causano invece gravi
problemi in una città globale come
la nostra. Per non parlare dei
cambiamenti climatici. Se il livello
del mare dovesse salire, cosa credi
che ne sarebbe di Venezia? E
perché pensi che dal Sale
siamo partiti in 25
per Copenhagen e ci
siamo fatti arrestare tutti?

