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Un mare di petrolio

29 aprile

Non si avvia a soluzione il dramma ecologico provocato dall’esplosione del 20 aprile della piattaforma della BP nel Golfo del Messico. Intervista a Alessandro Giannì di GreenPeace Italia

Un mare di petrolio
Intervista a Alessandro Giannì di GreenPeace Italia

Non si avvia a soluzione il dramma ecologico provocato dall’esplosione del 20 aprile della piattaforma della BP nel Golfo del Messico.
Continua la fuoriuscita del petrolio e ancora una volta i rischi della scelta delle politiche estrattive e delle esplorazioni petrolifere richiamano la necessità di una riflessione sul cambio di paradigma energetico.

Lo sversamento in mare del petrolio è un dato costante e continuo di cui noi siamo informati solo degli episodi più eclatanti, ma il contesto di questi “accidenti imprevedibili” stà nella scelta politica della ricerca costiera del petrolio. Certamente crea allarme la scelta del governo statunitense, alla faccia della green-econimy, di ricercare lungo le coste nazionali, in particolare nel fragilissimo ecosistema artico, ancora nuovi giacimenti petroliferi.

Sembra evidente che una soluzione rassicurante potrebbe essere chiudere con le esplorazioni offshore e, senza cadere nella fascinazione del nucleare, avviare con decisione scelte energetiche che, privilegino il risparmio energetico e liberino dalla schiavitù dal petrolio e dai pericoli del trasporto degli idrocarburi.

Ascolta l’intervista con Alessandro Gianni’ di Greenpeace Italia.


Articolo di TERRA, 29 aprile 2010
di Emanuele Bompan

Dopo l’esplosione della piattaforma estrattiva al largo della Louisiana, l’enorme chiazza oleosa continua ad avvicinarsi alla costa. Gli esperti: «L’unica speranza per contenere il disastro è darle fuoco».

Lo spettro di una nuova ExxonValdez si sta palesando alle coste della Louisiana, negli Stati Uniti. Allora era il 24 marzo 1989, la petroliera Exxon-Valdez si incagliò nello stretto di Prince William nel golfo di Alaska disperdendo in mare oltre 38 milioni di litri di petrolio. Ora il disastro potrebbe ripetersi trascinandosi in una lunga agonia. Il petrolio della piattaforma Deepwater Horizon esplosa una settimana fa continua a fuoriuscire inesorabilmente. Ad oggi oltre 10mila barili di greggio si sono dispersi nelle acque del golfo del Messico, al ritmo di mille al giorno. Nelle ultime ore del martedì la marea nera è arrivata a poche miglia da Venice, un piccolo villaggio situato lungo una delle bocche dell’estuario del Mississippi minacciando di distruggere il ricco ecosistema della foce del fiume. British Petroil, responsabile della Deepwater Horizon, non è riuscita finora a bloccare la fuoriuscita di petrolio dal pozzo ultra profondo, situato a 1600 metri sotto il livello del mare.

Un’operazione complicatissima che sta costando 6 milioni di dollari al giorno alla compagnia inglese. Ma dopo il cauto ottimismo dei giorni scorsi ora s’inizia a profilare il disastro ambientale, visto che secondo alcuni esperti potrebbero servire mesi per fermare la fuoriuscita. La guarda costiera americana però potrebbe tentare di contenere l’avanzata della melma dando fuoco al greggio. L’ammiraglio della guardia costiera Mary Landry ha dichiarato che «isolare chiazze di olio separandole con dei cordoli speciali e darle fuoco è l’unica speranza per contenere il disastro». Al momento di andare in stampa non è ancor arrivata conferma dell’inizio delle operazioni, ma l’ammiraglio ha aggiunto che «se non mettiamo in sicurezza questo pozzo questo potrebbe diventare la fuoriuscita più importante della storia degli Stati Uniti». Secondo la Noaa, National Oceanic and Atmospheric Administration, l’ente per il monitoraggio gli oceani e l’atmosfera, uccelli e mammiferi marini avrebbero maggiori possibilità di fuggire dal fuoco piuttosto che dalla marea melmosa.

Eventualmente gli uccelli potrebbero essere disorientati dal fumo, ma sarebbero molto più a rischio rimanendo invischiati nelle macchie di petrolio. Intanto la senatrice democratica Mary L. Landrieu ha richiesto lo stato di emergenza e ha dato istruzioni per svolgere un’investigazione accurata sull’accaduto. In un messaggio sul suo sito web si legge che «serve un’udienza al Congresso per capire responsabilità e le conseguenze possibili sull’ambiente». Per gli esperti è giunto il momento di studiare più approfonditamente i rischi correlati alle perforazioni ultraprofonde, specie laddove dove la pressione della crosta è fortissima e può dare luogo ad eventi distruttivi come l’esplosione alla trivella che ha comportato l’inabissamento della Deepwater Horizon.

Pessime notizie sia per l’industria petrolifera che per il presidente Obama, che le scorse settimane aveva difeso le perforazioni in acque ultraprofonde, una mossa per cercare consenso bipartisan per il passaggio della legge su clima ed energia, malvista dagli ambientalisti. Jud Bailey, un analista della compagnia Jefferies&Co di Huston, ha commentato che «l’incidente capita proprio al momento sbagliato per le compagnie petrolifere che operano offshore, che finora avevano mostrato la sicurezza delle piattaforme». Ora la legge sul clima potrebbe subire ulteriori rallentamenti a causa del disastro ambientale, dopo aver ricevuto lo stop dei repubblicani, indispettiti dall’avanzamento della riforma sull’immigrazione. Gli ecologisti ora si apprestano a muovere battaglia per tarpare ogni orizzonte futuro all’estrazione in acque profonde. Sarà difficile dargli torto, dopo quanto successo.

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