
Terranews: inserto Nordest del 20 aprile 2010
21 aprile
Le giunte venete al via
Da Treviso per l’acqua
Udine. La discarica nel parco
Padova e i ragazzi somali
Emergency, cuore veneziano
Terranews: inserto Nordest del 20 aprile 2010 a cura di Riccardo Bottazzo
A Venezia il battello dei sogni perduti
La storia comincia venti anni fa, quando una coppia danese, Anna e
Mike Kiersgaard, fa quella che si dice “una scelta di vita” e acquista un
vecchio vaporetto classe ’35
Che un battello ormeggiato ad una
riva diventi un “abuso edilizio”
con conseguente obbligo di “demolizione
e ripristino dello stato
precedente del luogo” poteva accedere
solo a Venezia. La storia che andiamo
a raccontare comincia venti anni fa, quando
una coppia danese, Anna e Mike Kiersgaard,
fa quella che si dice “una scelta di
vita” e acquista un vecchio vaporetto classe
’35, il “nonno” dei battelli attualmente in
navigazione nel canal Grande considerato
che si tratta di uno dei primi dieci mezzi
pubblici acquei messi in funzione dall’amministrazione
comunale e i suoi “nipoti”,
attualmente in navigazione, ancora
ne rispecchiano la tradizione costruttiva.
Per circa mezzo secolo il vaporetto aveva
solcato le placide acque del canal Grande
lungo l’immutabile rotta che dal ponte
degli Scalzi porta all’isola
del Lido e viceversa, trasportando
i genitori dei veneziani
di oggi, oltre a quel
mezzo mondo di visitatori
che, perlomeno una volta
nella vita, si è fatta una
passeggiata all’ombra del
campanile di piazza San
Marco. Poi il vecchio vapore
era stato pensionato e, dopo qualche vicissitudine, abbandonato
a marcire sui fanghi di una barena.
Anna e Mike l’hanno trovato così. Ristrutturarlo
da cima a fondo sino a farne
un’accogliente abitazione con una stanza
per i due bambini - Buster e Amedeo -
che nel frattempo erano venuti al mondo,
dove un tempo c’era la sala motori, è stata
una avventura lunga 5 anni. Il vaporetto,
con tanto di tendine sui finestrini e vasi
di fiori sui bottazzi, è ormeggiato da oltre
quindici anni, all’isola della Giudecca,
lungo il rio della Palada, circondato dalle
barche dei pescatori. La coppia danese, diventata
oramai e a pieno titolo
veneziana d’adozione,
si è integrata perfettamente
nella vita dell’isola e la loro
casa - battello oggi è una
delle mille “curiosità veneziane”
che rendono questa
nostra città diversa da tutte
le altre. Ma il battello è anche,
per chi ci vive, una casa
come tutte le altre. E così i Kiersgaard hanno chiesto e ottenuto,
l’allacciamento alla rete elettrica e ad altri
servizi come l’acqua e il gas. Inoltre pagano
regolarmente l’affitto dello spazio acqueo
al Comune di Venezia come tutte le
altre imbarcazioni ormeggiate. Per regolarizzare
a tutti gli effetti la loro posizione, la
famiglia danese ha chiesto anche un numero
civico: 500/A. Un indirizzo che alla
Giudecca è diventato proverbiale. Questo
è successo circa 15 anni fa. Il resto è cronaca
recente. Le case galleggianti sono riconosciute
e tutelate da specifiche normative
in tutta Europa tranne… l’Italia. Qualche
zelante burocrate, un paio di settimane
fa, si è accorto che all’anagrafico 500/A
non corrispondeva la concessione di nessuna
opera edilizia. Fare due più due e tirare
le conclusioni, per il nostro tecnico
del catasto che di sicuro non ha mai vissuto
alla Giudecca, è stato inevitabile: un
civico privo di concessione edilizia è per
forza di cose un abuso edilizio. Da qui la
lettera formale con la richiesta d’immediata
“demolizione e ripristino dello stato
precedente del luogo”. E vai a spiegare tu
che si tratta di un vaporetto! La legge non
contempla le case galleggianti e un vuoto
legislativo è un vuoto legislativo che la burocrazia
aborrisce e non concepisce come
per Aristotele la natura fa col vuoto fisico.
Ma a difendere quello che hanno poeticamente
chiamato “la casa del battello dei sogni”
è scesa in campo l’intera Giudecca. Gli
amici del vaporetto di rio della Palada hanno
fatto girare per la rete un toccate appello
cui ha significativamente aderito anche
il neo sindaco Giorgio Orsoni in cui si invitano
il sindaco - per l’appunto - i tecnici
del comune e gli avvocati civici, «a sedersi
in una di queste giornate primaverili alle
sei di sera lungo la fondamenta della
Palada,
e ad osservare il reale rapporto di quest’opera
d’arte viva e vissuta con l’ambiente
che la circonda e si completa con la sua
presenza. E convincersi
che ogni soluzione
che preveda la rimozione
del battello è avvilente
». Perché «il battello di Anna, Mike,
Buster e Amedeo è ormai parte imprescindibile
del paesaggio della Giudecca e come
tale va tutelato. Un richiamo vivente al reale
rapporto della città con le sue acque, lontano
anni luce dalle finzioni plastiche che
addormentano il nostro immaginario».
(r.b.)

