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I sudditi di Okinawa

2 aprile 2002

Sede di una base navale americana, l’isola giapponese vive uno status di extraterritorialità che permette ai militari Usa di fare ciò che vogliono. A spese degli esasperati abitanti

Lo stupro avvenne cioè solo tre mesi dopo «l’incidente» del Ehima Mahru, il peschereccio-nave scuola giapponese, con 25 studenti a bordo, che il 9 febbraio 2001 fu affondato dal sottomarino atomico statunitense Greenville in manovra di emersione. Morirono nove giapponesi (cinque marinai e quattro studenti), ma furono ritrovate solo otto salme. Si scoprì poi che il Greenville ospitava dei civili in «crociera» e che al momento della collisione il capitano del sommergibile, Scott D. Waddle, aveva affidato il timone a uno di questi civili, un petroliere texano. In uno scenario che noi italiani abbiamo imparato a conoscere bene con la tragedia del Cermis (3 febbraio 1998), gli Stati uniti rifiutarono di far processare il capitano da una corte marziale: gli fu ingiunto solo di dimettersi dalla marina, ma si attese il mese di maggio così che potessero spirare i 20 anni di servizio che gli consentirono di ricevere il trattamento di pensione piena. Fino agli attacchi dell’11 settembre gli Usa rifiutarono persino si scusarsi con il Giappone per l’incidente (lo fecero solo il 5 novembre quando ebbero bisogno dell’appoggio internazionale nella loro «guerra al terrorismo»). Si comprende perciò con quale stato d’animo, nell’estate scorsa i cittadini di Okinawa reagirono alle lungaggini frapposte dalle autorità militari Usa nel consegnare alla giustizia giapponese il sergente aviere accusato di stupro. Tanto più che non era la prima volta che un militare Usa violentava una donna nella storia delle basi Usa a Okinawa. Nel 1996, il Daytona Daily News pubblicò un’inchiesta a puntate, basata sullo spoglio di circa 100.000 cartelle dei tribunali militari, da cui emergeva che dal 1988 si erano avuti in Giappone 169 casi di aggressioni sessuali da parte di militari Usa, e questa cifra riguardava le sole basi della marina e dei marines (non comprendeva i reati compiuti da militari dell’aviazione e dell’esercito). Tra tutti questi stupri, il più famoso fu quello del 4 settembre 1995 quando alle otto di sera due marines e un marinaio Usa s’impadronirono di una dodicenne di Okinawa che tornava a casa dalle compere, la legarono, la fecero salire su una macchina a noleggio, la portarono in un posto isolato, la picchiarono e violentarono: uno di loro era alto 1,85 e pesava 120 chili. Erano tre «bravi ragazzi» di 22, 21 e 20 anni; uno era padre di una bimba di 9 mesi e diplomato; un altro era stato boy scout e chierichetto, il terzo aveva vinto una borsa di studio sportiva. Avevano deciso lo stupro «solo per spasso, just for fun». Il Comandante in capo di tutte le Forze Usa nel Pacifico, l’ammiraglio Richard C. Macke, dal suo quartier generale a Pearl Harbour (Hawaii) commentò: «Penso che (lo stupro) sia stato totalmente stupido. Per il prezzo che hanno pagato per noleggiare la macchina, potrebbero essersi procurati una ragazza», frase questa che lo costrinse a dimettersi, ma - ancora una volta - senza conseguenze per la pensione. Contro quello stupro la mobilitazione fu immediata e l’organizzazione delle Donne di Okinawa contro la violenza militare si rivelò un osso duro anche per i comandanti Usa nel Pacifico. La loro protesta rimbalzò subito a Pechino dove si stava tenendo la conferenza mondiale delle donne. Ma quello stupro fu solo la goccia che fece traboccare il vaso già colmo per la quarantennale, e assai istruttiva, storia delle basi Usa a Okinawa, storia che riassumo dallo straordinario capitolo che a essa dedica Chalmers Johnson nel suo libro Blowback (tradotto in italiano da Garzanti col titolo Gli ultimi giorni dell’impero americano). Okinawa è una piccola isola dell’arcipelago Ryukyu, di appena 1.162 kmq (un po’ più del comune di Roma), abitata da 1,3 milioni di abitanti. Okinawa è più vicina a Shangai che a Tokyo, risente perciò di profonde influenze cinesi, ed è emarginata dal resto dell’arcipelago nipponico dove è considerata una specie di colonia interna, poverissima rispetto al resto del paese (anche oggi il suo reddito è solo il 70% della media nazionale). Da aprile a giugno del 1945 Okinawa fu teatro di una delle più sanguinose e feroci battaglie terrestri sul Pacifico, in cui persero la vita 14.000 americani e 234.000 giapponesi. Doveva costituire la testa di ponte per l’invasione terrestre dell’arcipelago, ma proprio l’ostinata resistenza incontrata sull’isola fu usata dagli americani per giustificare l’uso delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945: «Mai più un’altra Okinawa». L’isola fu devastata da quella battaglia e gli okinawesi si sentirono sacrificati dall’imperatore Hirohito che aveva scatenato quell’inutile, ultima carneficina solo per migliorare i termini della resa agli Stati uniti. Dal 1945 e fino al 1972 Okinawa fu a tutti gli effetti territorio americano sotto la legge americana. Nel 1952 infatti gli Usa pretesero dal Giappone il controllo dell’isola come controparte per la fine dell’occupazione militare sul resto dell’arcipelago sancita dal Trattato di sicurezza nippo-americano. Questo trattato regola l’extraterritorialità dei militari usa di stanza in Giappone, come altri simili trattati sancirono l’immunità «diplomatica» delle truppe Usa in Europa (fu in base a quelle clausole che non furono processati in Italia i piloti che tranciarono la funivia del Cermis). L’extr’alità (così viene abbreviata) gli Stati uniti la esigettero per la prima volta in Cina dopo la prima guerra dell’oppio del 1839-42. In Giappone essa è racchiusa nell’articolo 17, sezione 5 del Trattato del 1952: «Quando militari Usa o loro familiari commettono reati, possono essere trattenuti dalle autorità Usa finché la giustizia giapponese non ha formulato accuse basate su prove chiare». Sottinteso, nel frattempo il militare può essere rimpatriato in America e così sottratto alla giustizia nipponica. Solo dopo le manifestazioni oceaniche seguite allo stupro del 1995 (quando i comandi americani si rifiutarono di consegnare i colpevoli per 25 ben giorni), gli Usa accettarono che i militari accusati di stupro, omicidio, e «delitti» odiosi fossero posti sotto custodia giapponese. Ciò non toglie che un sondaggio compiuto presso studentesse liceali di Okinawa mostra che il 30% ha avuto brutti incontri con i soldati Usa. L’immunità non si esercita solo nei casi di stupro, ma anche quando i militari ubriachi falciano i pedoni. Basti pensare che fino a dopo lo stupro del 1995 le auto Usa erano dispensate persino dall’avere una targa, così che era quasi impossibile identificare i pirati della strada (sempre in base al trattato de 1952 le auto Usa pagano un bollo circolazione minimo rispetto a quello che pagano le auto dei giapponesi). Vi sono poi i danni ambientali: basti pensare che all’aeroporto di Okinawa (situato in pieno centro città) vi sono 52.000 decolli e atterraggi l’anno, oltre 142 al giorno (di che si lamentano i rivieraschi di Malpensa?). L’arcipelago è avvelenato dagli scarichi e dai veleni dispersi dalle attività militari: in un’isola vicina, tra il 1995 e il 1996 in allenamento furono sparati 1.520 obici a uranio impoverito. Scoppiato lo scandalo, i soldati Usa riuscirono a recuperare solo 120 bossoli. Certo, rispetto alla guerra fredda la presenza americana è diminuita: negli anni `60 gli Stati uniti avevano di stanza in Giappone circa 200.000 uomini, oltre la metà dei quali alloggiati in 117 basi. Dopo il crollo dell’Urss, i tagli furono drastici, ma ancora oggi stazionano nel Sol Levante 48.000 militari (sono 101.000 nell’area del Pacifico orientale), di cui ben 26.000 a Okinawa. Vi sono varie basi della marina, dell’aviazione, dell’esercito e dei marines (nel 1995 erano 42). Per capire l’impatto sulla popolazione, in quest’isola ad altissima densità (più di 1.000 abitanti per kmq), basti pensare che nella sola base aerea di Kadena, Chalmers Johnson enumera: un campo da golf da 18 buche, un salone di bowling con 24 linee, due palestre, due parchi, due cinema, due biblioteche, tre piscine, quattro campi da tennis, 17 campi di baseball, quattro club di ufficiali e di soldati, un’accademia ippica e una scuola di addomesticamento dei cani, oltre naturalmente ai centri commerciali, parcheggi, condomini, piste di atterraggio, hangar... Le basi occupano tutti i terreni migliori, affittati ai loro proprietari a un prezzo irrisorio o dati direttamente in concessione dal governo nipponico, o chiaramente sequestrati. A questo proposito un episodio incredibile. Negli anni `50, quando le basi si allargavano ed erano affamate di terreno, «una delle più misconosciute tattiche americane per appropriarsi della terra mantenendo sotto controllo i sentimenti di rivolta dei contadini espropriati - scrive Chalmers Johnson - era di offrire loro terra in Bolivia e finanziamenti nell’emigrazione. All’arrivo in Bolivia però i contadini okinawesi scoprivano che la terra era giungla quasi incoltivabile e che gli americani non avevano intenzione di dare nemmeno un po’ dell’assistenza finanziaria promessa. In quanto non erano né cittadini americani né giapponesi (Okinawa era sotto governo Usa), non avevano nessuno a cui rivolgersi per farsi aiutare e così erano alla mercè del terreno, del clima e dei loro vicini boliviani. Molti coloni morirono di malattia, altri si rifugiarono nelle città boliviane, in Perù o in Brasile. I pochi che sopravvissero a Colonia Okinawa, a nord di Santa Cruz in Bolivia, sono oggi, dopo vite quasi incredibilmente difficili, agricoltori relativamente agiati. Però dei circa 3.218 emigranti identificati che gli americani imbarcarono tra il 1954 e il 1964, solo 806 (inclusi i loro discendenti) vi risiedono oggi». E poi i giornali americani si chiedono perché mai a Okinawa cresce e si esaspera l’astio contro la presenza dei loro bravi ragazzi.

MARCO D’ERAMO
Nota: Dal Manifesto del 2 Aprile 2002